Nel profondo
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Gretel, lessicografa, aggiorna le voci del dizionario, riflettendo sul linguaggio in modo solitario. Ha compreso che non sempre esistono parole precise per ogni concetto; da piccola, viveva su una chiatta con sua madre, parlando una lingua inventata che permetteva di esprimere anche le paure più profonde, come il Bonak. Dopo sedici anni dall'abbandono della madre, i ricordi di quel codice linguistico stanno svanendo. Una telefonata inattesa la riporterà a quei ricordi selvaggi, compresi quelli di un ragazzo che trascorse un mese con loro e della figura materna, tanto adorata quanto temuta. I personaggi e i luoghi sono fluidi e mutevoli, come le acque torbide del canale che fanno da sfondo a questa storia magnetica. Con una scrittura di precisione inquietante, che le è valsa una candidatura al Man Booker Prize a soli ventisette anni, l'autrice utilizza riferimenti culturali che spaziano dal mito classico al folklore nord-europeo, creando un racconto di rara suggestione. Risalire le correnti del passato diventa l'unico modo per costruire la geografia del presente, dando vita a un romanzo che già emana la propria mitologia.


