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Riletto oggi, il romanzo di Pirandello sembra avere una sorprendente attualità, quasi fosse stato scritto per descrivere l’epoca dei social network e delle identità digitali. Vitangelo Moscarda scopre che non è mai “uno” ma sempre “centomila”, cioè un insieme di immagini riflesse negli occhi degli altri. È esattamente ciò che accade oggi su Instagram, TikTok, Facebook: ciascuno di noi proietta versioni diverse di sé, calibrate su pubblici diversi. Non esiste più un “io” unitario, ma una costellazione di profili, post, avatar e storie che vengono interpretati e manipolati dagli altri. Il dettaglio banale del naso storto notato dalla moglie può essere paragonato all’ossessione odierna per i like, i commenti, i filtri: basta un feedback esterno a incrinare la percezione di noi stessi. Ci scopriamo fragili, costantemente dipendenti dallo sguardo altrui, esattamente come Moscarda che non riesce più a coincidere con l’immagine che pensava di avere. L’ossessione pirandelliana per la maschera e per il contrasto tra essere e apparire anticipa le dinamiche della “vetrinizzazione del sé” che caratterizza l’era digitale. La ricerca di autenticità, oggi come allora, appare un paradosso: più cerchiamo di mostrarci “veri” online, più costruiamo altre maschere. Il finale del romanzo, con Moscarda che si dissolve fino a diventare “nessuno”, può essere letto come un gesto di estrema ribellione al bisogno di consenso sociale: un’uscita dal gioco delle identità, quasi un “logout” radicale daGiulia M.






























































