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Curzio Malaparte

    9 giugno 1898 – 19 luglio 1957

    Questo autore italiano, noto per le sue acute osservazioni e la sua scrittura provocatoria, approfondisce gli aspetti più oscuri della natura umana e le complessità dell'Europa tra le due guerre. Le sue opere, spesso radicate nelle sue vaste esperienze di giornalista e diplomatico, offrono uno sguardo schietto sulla politica e sulla società. Attraverso uno stile distintivo, cattura le tensioni e le ironie dell'epoca, fornendo ai lettori riflessioni incisive e inquietanti. La sua scrittura rimane una potente testimonianza delle complessità del mondo e delle motivazioni umane.

    Curzio Malaparte
    Piccola Biblioteca - 701: Maledetti toscani
    Donna Come Me
    La Biblioteca di Repubblica - 96: La pelle
    La pelle
    Kaputt
    Fughe in prigione
    • Pubblicate in varie edizioni, nel 1936, nel 1943 e, infine, nel 1954 (quella qui riproposta), queste "Fughe in prigione" sono state scritte durante i periodi trascorsi da Malaparte nel carcere romano di Regina Coeli e al confino di Lipari, dove venne inviato per i suoi atteggiamenti liberi, provocatori, non allineati al regime fascista, che anzi attaccò violentemente. A queste pagine del tempo di prigionia Malaparte volle aggiungere alcuni testi scritti in Francia e in Inghilterra poco prima dell'arresto. Si tratta di memorie, riflessioni di carattere culturale, studi letterari nei quali l'autore sembra cercare un rifugio e una via di fuga per lo spirito.

      Fughe in prigione
    • Una terribile peste dilaga a Napoli dal giorno in cui, nell'ottobre del 1943, gli eserciti alleati vi sono entrati come liberatori: una peste che corrompe non il corpo ma l'anima, spingendo le donne a vendersi e gli uomini a calpestare il rispetto di sé. Trasformata in un inferno di abiezione, la città offre visioni di un osceno, straziante orrore: la peste – è questa l'indicibile verità – è nella mano pietosa e fraterna dei liberatori, nella loro incapacità di scorgere le forze misteriose e oscure che a Napoli governano gli uomini e i fatti della vita, nella loro convinzione che un popolo vinto non possa che essere un popolo di colpevoli. Null'altro rimane allora se non la lotta per salvare la pelle: non l'anima, come un tempo, o l'onore, la libertà, la giustizia, ma la «schifosa pelle». Come ha scritto Milan Kundera, nella Pelle Malaparte «con le sue parole fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre. Non uno scrittore impegnato. Un poeta».

      La pelle
    • Un viaggio allucinato e infernale nella Napoli appena liberata dagli americani, un susseguirsi di storie al limite della visionarietà nei meandri di una città distrutta, sfinita, quasi in putrefazione, una grottesca rappresentazione del dolore, della bestialità, della miseria e della turpitudine: il romanzo-scandalo di Curzio Malaparte pare voler colpire con tutti i mezzi a disposizione le pigre coscienze dei lettori, proponendo un vasto e terrorizzante campionario di orrori e di abiezioni. Dal pranzo del generale Cork, in cui viene imbandita una bambina, alla vendita della ragazzina ancora vergine, al frenetico sabba omosessuale della “figliata”, si delinea a poco a poco un universo oscuro e perverso, che ha smarrito il senso della distinzione fra bene e male, e che tutti ingloba, sia vincitori che vinti, in un vischioso e insensato Nulla, ove l’unica cosa che resta da fare è «lottare e soffrire per la propria pelle».

      La Biblioteca di Repubblica - 96: La pelle
    • Perché, di fronte a un toscano, tutti si sentono a disagio? Risposta ovvia, per Malaparte: di gran lunga più intelligente degli altri italiani, e libero – la libertà dipende dall'intelligenza –, il toscano è spregioso , disprezza tutti gli esseri umani per la loro stupidità. Per di più è sboccato, insolente, crudele, fazioso, cinico e ironico. Possiede in compenso una greca virtù: il senso della misura, il sentimento della meravigliosa armonia che regge i rapporti fra le cose terrene e le divine (basti pensare alla Divina Commedia , dove il Paradiso sembra un angolo di Toscana). E il più toscano dei toscani, un toscano – diciamo così – allo stato di grazia, è il pratese: becero, certo, visto che non ha paura di parlare come pensa, e rabbioso, rissoso, riottoso, nemico d'ogni autorità, d'ogni titolo e d'ogni prosopopea. È a Prato, del resto, che in mucchi di cenci polverosi «tutto viene a finire: la gloria, l'onore, la pietà, la superbia, la vanità del mondo». Concepito come un arioso, amoroso, sfrontato Baedeker, sorretto da una lingua di scintillante nitore, Maledetti toscani ci guida attraverso i paesaggi, i popoli, le città, la letteratura della Toscana, mimetizzando sapientemente la violenza del pamphlet: giacché a ben vedere è anche un ritratto en creux degli italiani, che, vili, pavidi e cortigiani, della verità hanno paura, sognano privilegi e invidiano abusi e prepotenze, non sanno essere liberi e giusti ma solo servi o padroni. E dovrebbero imparare dai toscani a «sputare in bocca ai potenti».

      Piccola Biblioteca - 701: Maledetti toscani
    • Coppi e Bartali

      • 56pagine
      • 2 ore di lettura

      La nobile lotta tra due campioni - e tra due volti immutabili del nostro paese.

      Coppi e Bartali
    • The Kremlin Ball

      • 223pagine
      • 8 ore di lettura

      "Perhaps only the impeccably perverse imagination of Curzio Malaparte could have conceived of The Kremlin Ball, which might be described as Proust in the corridors of Soviet power. The book is set at the end of the 1920s, when the Great Terror may have been nothing more than a twinkle in Stalin's eye, but when the revolution was accompanied by a growing sense of doom. In Malaparte's vision it is from his nightly opera box, rather than the Kremlin, that Stalin surveys Soviet high society, its scandals and amours and intrigues among beauties and bureaucrats, including the legendary ballerina Marina Semyonova and Olga Kameneva, a sister of the exiled Trotsky, who though a powerful politician is so consumed by dread that everywhere she goes she gives off the smell of rotting meat. This extraordinary court chronicle of Communist life (for which Malaparte also contemplated the title God Is a Killer) was published posthumously and appears now in English for the first time"--

      The Kremlin Ball
    • Every "diary" serves as a portrait, chronicle, or history, capturing moments that reflect a broader narrative. Unlike random notes, a true diary tells the story of a life, marked by beginnings, middles, and ends. Life itself unfolds like a tale, with a structured progression rather than mere chance. The subject of this diary revolves around my return to Paris after fourteen years, exploring a transformed France and its people. It captures a specific moment in the history of the French nation that aligns with a pivotal time in my own life. I do not claim to innovate within the diary genre; rather, I propose that a diary functions as a narrative, akin to a play. It embodies the essence of storytelling, where every element leads toward a conclusion, adhering to classical unity, while focusing on the character of "I." This diary represents a theatrical work brought to the page, echoing Kafka's concept of the "present moment" as it unfolds. Ultimately, my diary seeks to bridge the gap between narrative and theater, presenting a unique perspective on personal and national stories.

      Diary of a Foreigner in Paris