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Uno, nessuno e centomila-Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Ediz. integrale

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«Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente». Ha inizio così l’odissea di Vitangelo Moscarda, quando un commento distratto della moglie lo inchioda a una tremenda verità: gli altri ci vedono in modo diverso da come ci vediamo noi stessi. Tra gli esiti più nuovi della letteratura del Novecento, l’ultimo romanzo di Pirandello è la storia di un “naufragio dell’esistenza”: in seguito al cortocircuito iniziale, il protagonista arriva ad accettare l’incompletezza di sé attraverso la via della rinuncia e della solitudine, fino all’abbandono definitivo di ogni coesione interna, fino alla follia. Come ebbe a dire l’autore stesso, dei suoi romanzi Uno, nessuno e centomila è il «più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita».

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Uno, nessuno e centomila-Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Ediz. integrale, Luigi Pirandello

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2015
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Giulia M.

Riletto oggi, il romanzo di Pirandello sembra avere una sorprendente attualità, quasi fosse stato scritto per descrivere l’epoca dei social network e delle identità digitali. Vitangelo Moscarda scopre che non è mai “uno” ma sempre “centomila”, cioè un insieme di immagini riflesse negli occhi degli altri. È esattamente ciò che accade oggi su Instagram, TikTok, Facebook: ciascuno di noi proietta versioni diverse di sé, calibrate su pubblici diversi. Non esiste più un “io” unitario, ma una costellazione di profili, post, avatar e storie che vengono interpretati e manipolati dagli altri. Il dettaglio banale del naso storto notato dalla moglie può essere paragonato all’ossessione odierna per i like, i commenti, i filtri: basta un feedback esterno a incrinare la percezione di noi stessi. Ci scopriamo fragili, costantemente dipendenti dallo sguardo altrui, esattamente come Moscarda che non riesce più a coincidere con l’immagine che pensava di avere. L’ossessione pirandelliana per la maschera e per il contrasto tra essere e apparire anticipa le dinamiche della “vetrinizzazione del sé” che caratterizza l’era digitale. La ricerca di autenticità, oggi come allora, appare un paradosso: più cerchiamo di mostrarci “veri” online, più costruiamo altre maschere. Il finale del romanzo, con Moscarda che si dissolve fino a diventare “nessuno”, può essere letto come un gesto di estrema ribellione al bisogno di consenso sociale: un’uscita dal gioco delle identità, quasi un “logout” radicale da