Se questo è un uomo di Primo Levi è un’opera fondamentale della letteratura del Novecento, una testimonianza intensa e lucida dell’orrore dei campi di concentramento nazisti. Con uno stile sobrio e privo di retorica, Levi racconta la propria esperienza ad Auschwitz, restituendo al lettore una visione nitida e terribile della disumanizzazione subita dai prigionieri. Ciò che colpisce profondamente è la capacità dell’autore di mantenere uno sguardo razionale e analitico anche di fronte al male assoluto. Levi non cerca vendetta o pietà: il suo intento è comprendere, ricordare e far ricordare, affinché simili atrocità non si ripetano. La narrazione è limpida, essenziale, e proprio per questo ancora più potente. Se questo è un uomo non è solo un libro di memorie, ma un monito universale sull’importanza della dignità umana, della memoria e della responsabilità morale. È una lettura necessaria, che lascia un segno profondo e invita a riflettere su cosa significa davvero essere uomini.
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Scritto fra la fine del 1945 e l’inizio del 1947, quindi immediatamente a ridosso dei fatti narrati, Se questo è un uomo è prima di tutto il resoconto minuzioso e asciutto, la cronaca sommessa e a volte volutamente dimessa, di un’esperienza estrema: un anno trascorso da Primo Levi nel lager di Auschwitz, vittima e testimone della massima quota di orrore che il XX secolo abbia prodotto. Ed è un orrore che risalta in tutta la sua evidenza “naturale”, proprio per il fermo rifiuto da parte dell’autore di ogni forma di amplificazione retorica, di ogni pur legittima “finzione” letteraria; un orrore nudo e crudo, e totalmente autentico: tanto più, perciò, terrorizzante, tanto più ineludibile e non esorcizzabile. E’ una testimonianza, in definitiva, sulla condizione umana, sui suoi limiti e sulle sue insospettabili risorse, sulla sua capacità caparbia di concepire il bene e sulla fragilità delle sue difese di fronte alla suggestione del male: non è tanto il rapporto carnefice-vittima ciò che interessa a Levi (i carnefici compaiono raramente nel libro, lontani e assenti, rinchiusi in una dimensione quasi aliena), bensì quello che si crea fra vittima e vittima, nelle assurde gerarchie interne, nelle ingenue collusioni col potere e nelle altrettanto ingenue speranze in una sopravvivente umanità, nel dileggio degli “anziani” nei confronti delle “reclute”, o di alcuni gruppi etnici nei confronti di altri. Ed è nella lucida registrazione del terribile snaturamento cui tutti, nessuno escluso, vengono sottoposti nell’universo del lager, il messaggio di più alta e sofferta eticità contenuto in Se questo è un uomo. Il giudizio morale, naturalmente, non cancella né ignora le responsabilità individuali e collettive, ma riesce sempre e comunque a valutarle sulla base semplicissima eppure difficilissima della coscienza umana: l’inappellabile tribunale dei giusti che giace nel fondo di ognuno di noi, e che Primo Levi sa interamente e miracolosamente esporre alla luce del sole.













