La porta
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Tutto era cominciato con una vertigine e un intenso calore alla gola. Dopo aver consultato vari medici, l'ultimo gli aveva consigliato di tenere un diario delle sue crisi, annotando anche ciò che sua moglie non mangiava. Così, tra le pagine di un libro, iniziò a spiarla, ascoltando le sue telefonate e cercando prove. A volte si sentiva in colpa per i suoi sospetti, considerando quanto si amavano. Altre volte, desiderava afferrarla per le spalle e chiederle la verità, ricordando i quindici anni trascorsi insieme, l'intimità condivisa e il loro letto come universo comune. Ma riuscirà mai a esprimere quella richiesta? In questo romanzo, dall'atmosfera hitchcockiana, l'autore delinea con inquietanti chiaroscuri la figura di una dark lady nella Parigi degli anni Cinquanta.
Per parlare di sessualità Foucault ha ricostruito i percorsi del "soggetto desiderante", risalendo dall'epoca moderna fino all'antichità classica ("L'uso dei piaceri") e procedendo poi ai primi due secoli della nostra era nel mondo greco-romano ("La cura di sé"). In questo periodo storico, forse per la prima volta si affermano preoccupazioni e valori individualistici, un'attenzione nuova al privato, una moralità personale autonoma, ormai sganciata dalla sfera pubblica e non ancora inserita in una visione totalizzante del divino e della relazione dell'uomo a esso. Questo libro attraversa con intelligenza e originalità i documenti di un'epoca eccezionalmente fertile: dalla trattazione dei sogni a sfondo sessuale di Artemidoro, ai trattati di medicina di Galeno, alla meditazione di Epitteto, Marco Aurelio, Seneca. "La cura di sé" è il terzo volume di quella "Storia della sessualità" di cui Michel Foucault aveva esposto ne "La volontà di sapere" il progetto iniziale: comprendere come, nelle società occidentali moderne, si sia costituito qualcosa di simile a una "esperienza della sessualità", una nozione ormai a noi familiare e che tuttavia è apparsa solamente all'inizio del diciannovesimo secolo.
New York, notte. Un uomo e una donna camminano lungo la Quinta Strada. Entrano in un bar. Ne escono. Un altro bar. E riprendono a camminare, instancabili, come se non potessero fare altro che camminare: «come se avessero sempre camminato così, per le strade di New York, alle cinque del mattino». Come se la notte non dovesse mai finire. Lui non sa niente di lei, lei non sa niente di lui. Lei traballa un po’ sui tacchi troppo alti, e ha una voce roca, una voce che fa pensare a una pena oscura; su una delle sue calze chiare spicca una smagliatura sottile – come una cicatrice. Non è né giovanissima né prepotentemente bella; sul suo viso, i segni di una stanchezza, di una ferita remota: ma è proprio questo a renderla seducente. Si sono incontrati solo poche ore prima, in una caffetteria nei pressi di Washington Square, come due naufraghi, e ora «sono così tenacemente avvinti l’uno all’altro che la sola idea della separazione risulta loro intollerabile». Ma come si può rimanere in quel territorio privilegiato, fuori del tempo e dello spazio, che è l’ amour fou ? Con Tre camere a Manhattan (di cui disse: «È uno dei pochissimi romanzi che abbia scritto a caldo – e questo mi faceva paura») Simenon si impone come un grande romanziere della passione. Tre camere a Manhattan fu scritto negli Stati Uniti nel 1946.
Fin dalle primissime battute di questa commedia al tempo stesso esilarante e feroce appare chiaro perché Roman Polanski abbia deciso di portarla sullo schermo – e perché attori come Isabelle Huppert, Ralph Fiennes e James Gandolfini abbiano voluto interpretarla a teatro. Poche volte, infatti, un autore è stato capace di squarciare con altrettanto soave crudeltà i veli destinati a ricoprire la costitutiva barbarie della creatura umana. Nel lindo, assennato salotto borghese in cui due coppie di genitori si incontrano per cercare di risolvere, da persone adulte e civili quali essi ritengono di essere, una questione in fondo di poco conto (una lite scoppiata ai giardinetti tra i rispettivi figli), vediamo sgretolarsi a poco a poco le maschere di benevolenza, tolleranza, buona creanza, e di correttezza politica, apertura mentale, dirittura morale; e sotto quelle maschere apparire il ghigno del nume efferato e oscuro che ci governa sin dalla notte dei tempi: il dio del massacro, appunto. Con uno humour corrosivo e una sorta di noncurante cinismo (e senza mai assumere il tono del moralista), in una lingua volutamente media, che sfodera tutto il suo micidiale potere, Yasmina Reza costruisce un brillante psicodramma, porgendo allo spettatore (e al lettore) uno specchio deformante nel quale scoprirà, non senza un acido imbarazzo, qualcosa che lo riguarda molto da vicino.
«Ma cos’hanno i romanzi di Simenon, che ci rimangono incollati alle mani e non ci danno tregua fino all’ultima pagina? E perché ogni volta ci lasciano dentro un’amarezza strana, come se ci avessero portato in un punto dove non volevamo arrivare, che non volevamo conoscere? La risposta probabilmente sta nella profonda onestà intellettuale di Simenon, nella sua incapacità di mentire, di raccontarci la vita migliore di quello che è ... i suoi romanzi nascono dalla consapevolezza di ciò che veramente sono gli esseri umani, di quali forze segrete li muovono, e di quanto provano inutilmente a dimenticare la propria implacabile sostanza. Una conferma arriva da questo romanzo del 1954, L’orologiaio di Everton ». Marco Lodoli
«Chi meglio della signora Némirovsky ha saputo scrutare l'anima passionale della gioventù del 1920?» scrisse il critico Pierre Loewel. Le giovani coppie che si amano in una notte primaverile, dopo la Grande Guerra, sembrano avere un solo desiderio: vivere intensamente, ignorando le ombre della vita. Tuttavia, uno dei protagonisti si interroga su come avvenga il passaggio dall'amore all'amicizia nel matrimonio, una domanda che diventa il filo conduttore del racconto. Con uno sguardo ironico e compassionevole, Némirovsky guida i suoi personaggi attraverso le altezze e le profondità della passione, fino alla stabilità, a volte un po' monotona, dell'amore coniugale. Alcuni di loro, in momenti di nostalgia, rimpiangeranno l'«ebbrezza triste e folle dell'amore», e molti si avventureranno nei sentieri insidiosi dell'adulterio. Tuttavia, il tempo porterà una rivelazione sorprendente: l'essenza del matrimonio, quell'«essere due», e il «flusso discontinuo» dell'amore coniugale conferiscono alla coppia una sorta di «invincibilità».
Pierre Hardelot, erede delle cartiere, è fidanzato con una ragazza scelta dalla sua famiglia, ma ama un'altra donna, della piccola borghesia e senza dote, che non potrà mai sposare. Tuttavia, alla vigilia del matrimonio, decide di rompere la barriera sociale che lo separa dall'amore vero, sfidando le convenzioni familiari e le aspettative della sua classe. Inizia così un grande romanzo che attraversa trent'anni di storia francese, dalla vigilia della prima guerra mondiale all'occupazione tedesca. Attraverso la storia degli Hardelot, l'autrice racconta le trasformazioni sociali e culturali del tempo, esplorando le tensioni tra le passioni individuali e le norme sociali. Nelle pagine finali, Némirovsky sorprende il lettore, rivelando una lucidità profetica sui destini dell'umanità, simile a quella espressa in un'altra delle sue opere, che scriveva in parallelo. La narrazione si distingue per il suo sguardo affettuoso e ironico, rendendo il racconto non solo una storia d'amore, ma anche una riflessione profonda sulle dinamiche sociali e sulle sfide del tempo.
Quando René Maugras, direttore di un importante quotidiano parigino, riprende conoscenza in ospedale, ha solo vaghi ricordi della serata precedente, trascorsa a cena con amici influenti. Dopo un momento di assenza, scopre di essere stato trovato privo di sensi. I medici lo rassicurano sulla sua guarigione, ma a lui non importa. La sua mente è affollata da pensieri e ricordi, e una domanda emerge: «A che scopo?». Si interroga sul significato della sua vita e del suo status di persona importante, riflettendo sul suo operato e sul perché abbia faticato tanto per raggiungere il successo. Mentre medici, infermieri, amici e familiari si chiedono cosa stia pensando, Maugras, con una lucidità disarmante, compie un bilancio della sua esistenza. Si sofferma in particolare sulla sua relazione con la moglie Lina, che per lui è diventata quasi estranea e che sta lottando contro l’alcolismo. La sua introspezione lo porta a confrontarsi con la realtà della sua vita e delle sue scelte, rivelando un profondo senso di solitudine e disillusione.
Quando entra nell'aula di tribunale per l'omicidio del suo giovane amante, Gladys Eysenach è accolta dai mormorii di un pubblico ansioso di conoscere i dettagli di un'affaire scandalosa. Con il suo pallore spettrale, evoca l'ombra di Jezabel, mantenendo una bellezza che sembra sfuggire al tempo. Le donne presenti sussurrano i nomi dei suoi innumerevoli amanti, mentre la condanna si preannuncia lieve, grazie all'attenuante del movente passionale. Tuttavia, la verità che Gladys cerca di occultare rimane oscura. Si dichiara colpevole e supplica i giudici di infliggerle la pena che merita, rifiutandosi di rispondere a qualsiasi domanda. Irène Némirovsky, con la sua abilità nel sondare l'animo femminile, rivela il vero e inconfessabile movente dell'omicidio, ripercorrendo la storia tumultuosa di Gladys. Questa donna, amata con passione e dedizione, ha cercato a tutti i costi di mantenere il suo status, calpestando senza consapevolezza chi le stava intorno, arrivando fino all'estremo di uccidere.